Conocchia

Conocchia

Con la conocchia la vite veniva sostenuta da un fascio di canne incrociate nel mezzo e aperte a raggiera alla base, conficcate nel terreno e legate nel punto superiore d’incrocio. Ogni conocchia, composta da quattro a sei canne, sosteneva in genere dalle due alle quattro piante di vite. La costruzione dell’impalcatura della conocchia era un lavoro complesso, spesso eseguito da operai specializzati i cosiddetti ‘nconocchiatori, che lavoravano su commissione nelle grandi tenute. Le canne venivano selezionate a gruppi di sei, tagliate trasversalmente alla base con un solo colpo di roncola per poter essere conficcate nel terreno e legate alla sommità della struttura, all’altezza di circa 120 cm, con la ginestra o con un rogo, un legaccio di fibra vegetale ottenuto dalla lavorazione della pianta di more selvatiche, dalla struttura coriacea e durevole.
La conformazione dell’impalcatura poteva variare in base alla tradizione in uso del paese di appartenenza del vignaiolo; nei Castelli Romani i comuni che si competevano la miglior tipologia d’impianto erano Velletri e Genzano, con le rispettive vigna stretta velletrana e cordonata genzanese.

Vigna stretta alla velletrana
Vigna stretta alla velletrana (Mancini, 1888).

Nelle vigne velletrane lo spazio tra i filari era di un metro e le viti erano distanziate tra loro di circa cinquanta centimetri. In questo sistema la conocchia sosteneva quattro viti, e il tronco della pianta si adagiava alle canne esterne della struttura che sostenevano anche i giovani rami produttivi, coadiuvate dalla canna centrale. Con questo metodo ciascuna conocchia abbracciava due filari di viti, lasciando, però, la metà dell’interfilare privo quasi del tutto dell’azione benefica della luce del sole. Per ovviare a questo inconveniente ogni anno si alternavano gli interfilari, in questo modo lo spazio ricoperto dalla conocchia l’anno precedente restava libero l’anno successivo. Con questo sistema di alternanza periodica non si riusciva comunque ad ottenere l’adeguato irraggiamento dei grappoli, anche a causa della potatura poco intensiva che veniva praticata con una conseguente fase vegetativa molto sviluppata.

Cordonata genzanese
Cordonata genzanese (Mancini, 1888).

Nell’impianto genzanese l’interfilare risultava molto più esteso, e veniva lasciato come rinnovo per la terra da ammonticchiare sulle basi del tronco di vite nelle periodiche vangature. Le viti, disposte lungo il filare in gruppi di quattro, venivano piantate a trenta centimetri l’una dall’altra, e a cinquanta dal successivo gruppo. La palatura del sistema di Genzano si distingueva dalla precedente per una fondamentale modifica. La conocchia, qui realizzata con quattro canne, serviva da supporto al tronco di altrettante viti, ma i tralci produttivi invece che appoggiarsi alle stesse canne venivano tirati fuori dalla conocchia, piegati ad archetto e legati ad un cordone di canne che correva parallelo ai lati del filare. In tal modo i grappoli d’uva posti in posizione esterna rispetto all’intensa vegetazione risultavano egregiamente esposti alla luce del sole. Tale struttura agevolava anche la produzione complessiva dei vigneti, e risultava maggiore rispetto al sistema velletrano, dando un prodotto per ettaro quasi raddoppiato, questa differenza convinse i reticenti vignaioli velletrani a cambiare, sul finire del XIX secolo la loro tipologia d’impianto, modificandola in ‘varianti’ più o meno conformi della cordonata genzanese (per approfondire le diverse tipologie di allevamento della pianta della vite nell’area dei Castelli Romani si veda Pellegrini 1868, Mancini 1989 e Ponzo 1992).

Bibliografia
Mancini U. 2002: Lotte contadine e avvento del fascismo nei Castelli Romani, Roma.
Pellegrini 1868, Sulla coltura delle vigne di Roma e suoi castelli adiacenti, Roma.
Ponzo G. 1992: Velletri e il Vino, Velletri.